LIBERALIZZAZIONI: OBBLIGATORIO FARE DI PIU’
Con il nuovo decreto varato dal Governo italiano, si apre la strada delle liberalizzazioni, argomento molto dibattuto ultimamente sui media.
Obiettivo del Governo, è quello di liberalizzare i mercati per una maggiore concorrenza in diversi settori, allo scopo di facilitare crescita del PIL e riduzione dei costi in capo agli utenti finali.
E’ stata toccata la situazione di molti lavoratori (tassisti, farmacisti, distributori di carburante, professionisti) e di vari settori dell’economia (trasporti, energia). Per stimolare la crescita, qualcosa è stata fatta anche in merito alla costituzione di nuove imprese Srl, ma solo per imprenditori di età inferiore ai 35 anni.
I cambiamenti pianificati, si indirizzano chiaramente all’apertura dei mercati, fornendo spazio concorrenziale in diversi settori e la possibilità di godere di una scelta per la fornitura di alcuni beni e servizi. A tal proposito, è stato scritto molto sui giornali e non vorrei rischiare di essere ripetitivo.
La domanda fondamentale che mi pongo in questo post è: basteranno queste azioni per fare ripartire il Bel Paese?
Leggendo alcuni commenti rilasciati dall’esecutivo, ho appreso con stupore che vengono previsti con certezza:
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Aumento dei salari reali del 12%
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Aumento dei consumi dell’8%
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Aumento del PIL dell’11%
Tali previsioni sembrano provenire da uno dei governi politici di vecchio stampo ed hanno un amaro retrogusto di pura propaganda.
Non è certamente attraverso il via libera a farmacie, negozi e taxi che si rilancia un paese, “vecchio” per natura del sistema intrinseco che lo sorregge (..o non lo sorregge..)
Molte persone, tra cui il sottoscritto, si aspettavano interventi in qualche altro settore:
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Banche
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Lavoro/Pensioni
Parlando del sistema bancario, il Presidente del Consiglio, da Banchiere esperto, dovrebbe condividere con noi il motivo per cui le banche italiane, dopo avere acquistato denaro dalla BCE, non riversano fondi nell’economia reale per agevolare la ripresa del Paese, anziché investire in Titoli di Stato.
Morale, si compra il denaro all’1% e lo si investe in titoli di stato al 7%. Dall’altra parte, vengono bloccati i crediti in favore di privati e piccole e medie imprese; diventa quasi impossibile per i giovani acquistare casa facendo ricorso a un mutuo, visto che ormai le banche sono arrivate a chiedere fino al 40% di anticipo.
Come si intende favorire una ripresa se proprio chi dovrebbe dare la spinta iniziale si preoccupa solo del suo conto economico?
Le banche, oltre al ruolo di agente economico, hanno anche una missione sociale. Ritengo doveroso affrontare questo punto e bisogna effettuare una netta distinzione tra banche di consumo e banche di investimento; non è più tollerabile che le banche italiane si nascondano sotto una maschera di banca tradizionale, quando non lo sono più.
Obbligando ad un utilizzo maggiore dei servizi bancari miranto alla tracciabilità, dovrebbe essere cura e obbligo del governo un ulteriore controllo sulla gestione dei costi che i cittadini dovranno affrontare. Neanche l’ombra di un’azione efficace.
Le imprese ed il Paese hanno bisogno che tutto ciò venga rettificato, oltre al fatto che sarebbe anche ora che lo Stato inizi a pagare i debiti nei confronti degli imprenditori.
Per quel che concerne il settore lavoro, il Paese ha bisogno di arrivare a una rimodulazione totale; non è più l’era dei contratti collettivi nazionali, ma è diventato obbligatorio l’uso di contratti localizzati, che inglobino anche un sistema meritocratico di retribuzione basato sulle performance, usando criteri di efficienza sensati e diversi per ogni settore. Questo certamente andrebbe a incrementare la produttività e l’efficienza delle imprese, alzando conseguentemente il PIL.
Bisognerebbe mettere un attimo da parte i sindacati e l’articolo 18, ormai diventato anacronistico. Berlusconi cercò di mettere la questione in piazza qualche tempo fa, ma tutto si arenò dopo gli accordi bunker con i sindacati siglati da Fini e Bersani.
Sarebbe anche ora di sviluppare un sistema di previdenza complementare vera, in cui un lavoratore, invece che versare parte della sua busta paga (più del 40%) all’INPS (inefficiente) possa decidere autonomamente se:
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Versare per previdenza integrativa, favorendo una piena deducibilità fiscale;
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Usare questo denaro come fondo personale per i momenti di difficoltà.
Per quel che riguarda le pensioni, i conti proprio non tornano e si dovrebbe far presente a tutti i cittadini che le pensioni a 70 anni non reggono più:
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Si lavora per 35 anni
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Si versa annualmente un 30-40% di quanto si guadagna
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Si ha un’aspettativa di vita di altri 10 anni dopo la pensione
In pratica, non potendo trasferire a terzi il saldo dovuto della pensione a seguito dei contributi versati, se un contribuente muore, lo Stato si impossessa SENZA DIRITTO di denaro che non è suo. Se questo è un sistema equo….
Ribadisco che il sistema anglosassone, in questo, garantirebbe un’amministrazione più equa, poiché lascerebbe ognuno libero di gestire come meglio crede la propria situazione salariale e pensionistica. I lavoratori godrebbero di maggiore liquidità, scegliendo autonomamente la propria pensione e, in caso di scomparsa del pensionato, il denaro potrà essere reindirizzato al coniuge o ai parenti.
Non ci si deve nascondere dietro il mercato finanziario, soprattutto quando siamo un paese tecnicamente fallito da questo punto di vista. L’INPS viene definito come il garante dei lavoratori, quando proprio l’inefficienza di gestione di INPS e INPDAP hanno portato alla situazione attuale.
Per una ripresa economica efficace, c’è bisogno di maggiori risorse e più efficienza. Risulta vitale separare le aree operative delle banche, favorire le assunzioni con un occhio alla produttività (quella vera..) e permettere ai lavoratori una vita migliore e più semplice.
La liberalizzazione attesa e necessaria non riguarda l’apertura di un negozio, ma la possibilità di essere padroni del proprio destino in un futuro che, nonostante più taxi e farmacie, nessuno vede roseo.
PROPOSITI PER IL 2012
Iniziamo questo nuovo anno cercando di analizzare la situazione economica moderna, definendo le azioni dovute per consentire la tanto sospirata inversione di rotta dei trend del mercato internazionale. Tale miglioramento ancora non sembra essere in vista.
Molte volte, su questo blog è stato sottolineato che la crisi ha una dimensione internazionale per cui non è possibile trovare una via d’uscita senza coinvolgere una politica condivisa a livello Europeo.
Dall’Europa ancora non si ricevono risposte e come al solito la situazione è capeggiata da Francia e Germania. L’Italia viene gradualmente coinvolta, ma ancora non vengono prese decisioni comuni poiché ogni leader pensa più a portare acqua al proprio mulino, piuttosto che ad impegnarsi in politiche di ripresa a lungo termine per tutta la comunità internazionale.
Francia e Germania sono fortemente divise: chi pensa all’introduzione folle della Tobin Tax (la Francia) che, se implementata, comporterebbe il crollo della piazza finanziaria europea; chi insiste sul rigore nelle politiche fiscali come requisito obbligatorio per poter ricevere il sostegno dell’Unione Europea.
Tutti si dimenticano di analizzare il cuore del problema.
Come ha ribadito il Ministro / ex banchiere Passera, l’Europa non sta agendo con velocità e fermezza; incertezza e confusione dilagano poiché non esiste una guida politica che esprima una comunione di intenti ed azioni da intraprendere.
A questo punto sarebbe interessante guardare alle politiche interne di ogni paese, per verificare che ognuno sia attrezzato, aggiornato e reattivo rispetto allo scenario attuale.
Non è una novità. Il nostro Paese in primis risulta sospeso in una nube di mancate riforme, un sistema arretrato che protegge i privilegi della casta con una pressione fiscale da cui ha origine la “fuga” di contribuenti ed imprese verso mete più competitive.
La creazione del Governo attuale è stata giustificata dai livelli di Spread, salito alle stelle a causa della bassa credibilità del paese. Purtroppo la situazione è sotto gli occhi di tutti: lo Spread non è cambiato e la nuova Finanziaria testimonia chiaramente una fase di recessione.
Ora si parla di “fase 2” per rilanciare il paese e nuove norme dovrebbero dare una spinta al nostro sistema. Ma direi che il terrorismo fiscale profuso dai giornali non è una via adeguata per combattere l’evasione. Si incentiva un’associazione di idee piuttosto estrema e pericolosa: macchina di lusso = evasione. Il sistema tuttavia non viene cambiato, barattando un’efficienza gestionale reale dello Stato con la mera illusione di perseguire lo scopo inasprendo le pene e criminalizzando i contribuenti.
E’ stato ribadito più volte che la via per ridurre almeno un aspetto dell’evasione fiscale, non è l’inasprimento delle pene, ma l’aumento dei benefici sullo sgravo dei consumi. Esempio lampante, i sistemi anglosassoni, in cui si può dedurre dalla tassazione quasi tutto. Penso che sia una strada molto più efficace dell’uso degli agenti in incognito che hanno assassinato il turismo di Cortina durante gli ultimi mesi…
Viviamo in un paese in cui uno stenografo della Camera percepisce più di un monarca. E nonostante la consapevolezza che molti tagli alla spesa pubblica debbano essere fatti, non succede ancora nulla. Lo stesso Presidente del Consiglio si giustifica dicendo che i tagli in Parlamento sono una competenza del Parlamento. La situazione è a dir poco ridicola.
Cosa dovrebbe fare questo Governo per stimolare una ripresa concreta dal Paese?
Di certo dovrebbe adottare quelle misure attese da anni, seguendo le stesse dinamiche che altre aziende (la FIAT) hanno seguito.
Dimenticando le lacrime del Ministro Fornero, in Italia si dovrebbe iniziare a parlare di meritocrazia e produttività: chi vale di più DEVE essere premiato, lasciando da parte l’incidenza dei sindacati e dei loro accordi collettivi che ormai ritengo da Medioevo.
I contratti dovrebbero essere fatti localmente, riconoscendo che un lavoratore più capace e produttivo deve percepire un salario maggiore dei suoi pari meno produttivi. Inoltre dovrebbe essere logico il licenziamento nel caso in cui un’impresa venga danneggiata dal comportamento di un dipendente e non la reintegrazione come avvenuto ai 2 operai di Mirafiori.
Non è un pensiero schiavista o fascista, ma le mie affermazioni si basano su esempi concreti: qui in Inghilterra i contratti a tempo indeterminato sono molto diffusi, ma esiste anche la possibilità di essere licenziati se ritenuti improduttivi e allo stesso modo di essere premiati sulla base di maggiore produttività. L’effetto finale è la comunione tra interesse privato di ogni dipendente ed interesse dell’azienda; tutti lavorano per lo stesso scopo.
In Italia, l’unica promessa è una pensione a 70 anni, dopo aver lavorato almeno per 35 anni. Perché non si da al lavoratore il diritto di usare come meglio crede i propri soldi? Di nuovo, guardando al sistema anglosassone, il datore di lavoro versa un contributo minimo per la pensione sociale dei dipendenti. Ogni dipendente può decidere di percepire un importo lordo, facendo del proprio denaro quello che vuole. Se parte di quel denaro viene versato in un fondo pensione, è anche fiscalmente deducibile al 100%.
Tuttavia, la farraginosità dei contratti di lavoro non è l’unica ragione per cui il sistema risulta ingessato. A mio parere si dovrebbe agire anche sul tessuto imprenditoriale. Almeno per quel poco che ne rimane. Si dovrebbe:
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Parlare di politiche energetiche, occasioni di business non indifferenti;
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Tutelare il made in Italy nel lusso, o almeno le poche aziende che non sono state ancora regalate ai francesi;
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Investire nel turismo in modo concreto, non solo attraverso i siti Internet. Basta paragonare l’Aeroporto di Roma Fiumicino a quello di una qualsiasi capitale europea…
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Favorire l’internazionalizzazione delle aziende italiane: la qualità italiana ha una domanda enorme, ma sono poche le aziende che forniscono il mercato estero;
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Rafforzare le infrastrutture, facendo delle questioni relative alla Salerno – Reggio Calabria e alla TAV solo un brutto ricordo;
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Favorire i professionisti attraverso la possibilità di creare società che possano fornire più servizi con tariffe inferiori;
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Collegare le Università alle imprese in modo efficace, erogando borse di studio e favorendo progetti volti all’innovazione.
La lista potrebbe continuare all’infinito, ma è inutile continuare finché non verranno gettate almeno le basi per costruire un futuro migliore. Sono curioso e resto in impaziente attesa degli sviluppi; potremo commentarli insieme.
UN PROBLEMA DI GOVERNANCE
La nuova Italia del Governo Monti si presenta al pubblico economico-finanziario con la nuova manovra; i mercati sembrano gradire e gli spread si abbassano, ma alcune riflessioni sono doverose:
- Questa manovra finanziaria è equa?
- Questi provvedimenti saranno sufficienti?
- Cosa accadrà successivamente in Europa?
In relazione al primo punto, sottolineando il fatto che da un Governo nato non più di 20gg fa non ci si poteva aspettare un colpo di bacchetta magica, devo constatare che alcuni provvedimenti appaiono sbilanciati per quel che concerne le classi più basse:
- Non c’è stata una rivalutazione delle pensioni
- L’aumento dell’IVA è stato confermato.
Credo che ci si sarebbe dovuti soffermare maggiormente su questi punti e cercare soluzioni alternative; battendo cassa attraverso un aumento dell’IVA si rischia di generare un blocco dei consumi e e di aumentare il tasso di evasione fiscale.
Ritengo anche che la mancata rivalutazione delle pensioni, in favore di altri potenziali imposte, non sia stata una mossa azzeccata: quelle 15 Euro mensili che non andranno a un pensionato, di sicuro pesano molto più dell’1% di Irpef oltre i 70.000 Euro…
Detto questo – e spero che il buon senso del Premier, nonché dei suoi Ministri, porti ad una rivisitazione più attenta di questi due aspetti – vorrei passare ad analizzare gli altri due punti sopracitati.
Questa manovra sarà sufficiente? Certamente, se gli spread rimarranno ai livelli di questi giorni, possiamo dire che sarà sufficiente. Ma cosa succederebbe in caso di nuove turbolenze nei mercati? Di sicuro i provvedimenti adottati non basteranno a risanare il debito e allora, forse per la prima volta, si penserà ad una vera riforma del Paese che, seguendo i modelli anglosassoni, porti ad avere:
- Un rapporto diverso tra il fisco e i cittadini, non più rivali, ma cooperativi per il bene del paese, che coincide con quello dei singoli contribuenti: fornendo la possibilità di dedurre i consumi dalla propria bolletta fiscale, tutti pretenderebbero una ricevuta, creando un sistema auto-incentivante alla legalità;
- Un principio di gestione efficiente della Cosa Pubblica come missione finalizzata al soddisfacimento degli interessi collettivi e non personali., evitando sprechi e inequità. Al momento si rimandano i problemi alle generazioni future.
Tuttavia, la situazione Italiana rappresenta una piccola parte del campo di una partita che si disputa anche al di fuori dei confini nazionali e riguarda la gestione della Europa intera.
La Germania ha espresso un’idea, che condivido, che parte da un ragionamento razionale: non si può prestare denaro senza garanzie di intervento diretto.
Subito dopo tale presa di posizione, in Europa è iniziata una battaglia a suon di discorsi e dichiarazioni con ingresso in campo della Francia che, ambendo anche lei ad un ruolo di “prima donna” in Europa, nonostante oggi non ne abbia la forza, ha cercato di prendere una posizione più morbida, spingendo nuovamente sul meccanismo delle sanzioni.
Onestamente, anziché introdurre nuove figure inutili (…nuovi Mister Euro) o sanzioni che nessuno farà rispettare, ritengo che sia necessario proseguire per step: bisogna partire da una riforma dei Trattati Europei.
Si dovrebbe partire da un cambio di prospettiva: ogni paese dovrebbe acquisire la consapevolezza che, per alcune questioni, non possa più esistere una dimensione nazionale. E’ necessario allargare il proprio sguardo oltre i propri confini, contemplando l’Europa come entità unica per quel che concerne 3 aspetti della vita politica:
- Aspetto Fiscale: definendo un piano comune di gestione della raccolta delle imposte, lasciando la gestione dei fondi al livello locale. L’Europa, replicando il sistema Americano, dovrà essere in grado di definirne standard minimi condivisi sui quali poter intervenire a livello politico. Pena del non rispetto di tali standard sarebbe la detenzione dei fondi stessi.
- Politica Estera: dovrebbe esserci una politica estera condivisa, al fine di poter contare su una voce unica nelle trattative in campo commerciale, nella cooperazione e nella rappresentanza internazionale. Questo darebbe all’Europa una potenza contrattuale maggiore in ambiente intercontinentale.
- Difesa: la forza militare è da sempre cruciale nella gestione delle trattative. Se una voce unica fosse supportata anche da una forza coercitiva unanime, l’Europa avrebbe maggiore peso nelle questioni globali.
Ritengo che sia fondamentale ridefinire questi tre aspetti ed attivare contemporaneamente tre cambiamenti cruciali per ridurre la turbolenza rispecchiata dal nostro sistema economico.
In tutto ciò, resta sempre molto importante attribuire una leadership ed il sistema decisionale o, per rifarsi alla terminologia aziendale, stabilire una struttura di governance.
In Europa, si tratterebbe di definire i principi di distribuzione del potere:
- Una testa un voto
- In base alla popolazione
- In base alla ricchezza dei Paesi
Poi, all’interno della stessa, bisognerebbe stabilire come prendere le decisioni:
- A maggioranza?
- Con diritto di Veto?
Una’ttenta riflessione dovrebbe portarci ad analizzare i problemi sì in chiave interna, ma anche a livello globale, pensando a soluzioni che contemplano non solo la nostra nazione ma l’unità europea intera. Non è di certo un problema da poco.
LA SFIDA DEL GOVERNO MONTI
Con la fine del governo Berlusconi, finisce anche un periodo fitto di aspettative, culminate in occasioni mancate. Come sottolineato da tutti i giornali, con la nomina a Presidente del Consiglio del Professor Senatore Mario Monti, si apre una nuova era.
E’ stato formato un governo lampo in grado di raggiungere il consenso parlamentare in pochissimo tempo.
Non voglio entrare nel dibattito su obblighi e richieste della politica, ma vorrei analizzare il discorso del nuovo Presidente del Consiglio, in relazione all’evoluzione dello scenario internazionale.
Di certo non ci si poteva aspettare un discorso forte e diretto, tipico di un governo legittimato da un mandato politico riconosciuto dagli elettori. Il Presidente Monti, da non politico, ha prodotto un discorso caratterizzato da toni pacati, in cui ha ripreso e riproposto gli annosi temi che assillano il nostro paese:
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Debito Pubblico
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Crescita lenta o assente
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Confusione nella gestione dello stato
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Debole sostegno alla crescita delle nuove generazioni.
Nel suo discorso, il Presidente ha messo di nuovo in evidenza la gravità della situazione italiana, caratterizzata da ritardi e traguardi non raggiunti. Di fatto, si è arrivati ad una grande novità in campo politico: la nomina di Ministri “tecnici” esperti nel loro campo.
Nel suo discorso volutamente pacato e scontato, il Presidente Monti ha tenuto fede al suo ruolo di figura super parters, obbligata a relazionarsi col Parlamento, vero esecutore materiale di proposte e progetti.
Il Professor Monti sa che è tenuto ad accomodare il Parlamento e fa anche bene a lusingarlo riproponendo la centralità delle Camere nel nostro ordinamento, ma è necessario ricordare che questo stesso Parlamento con i suoi componenti, che oggi eleggono Monti “salvatore” della nostra patria, sono gli stessi che a fasi alterne ne hanno determinato il tracollo.
Proprio alla luce di un tentativo di contenimento fallito, dobbiamo sollevare alcune questioni:
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Monti potrebbe non essere credibile: il governo tecnico potrebbe non possedere quella forza politica necessaria per far passare alcuni provvedimenti indispensabili
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La situazione italiana potrebbe non derivare soltanto da Berlusconi e dalle sue barzellette, ma le radici potrebbero essere molto più profonde. Monti ed il governatore della BCE ne hanno inquadrato una causa importante: l’assenza di governance. Tale aspetto è stato evidenziato ripetutamente dal sottoscritto. Manca una politica economica condivisa a livello europeo; l’Europa viene condizionata troppo dalle singole sovranità nazionali.
Le reazioni sono controverse, ma l’espandersi della crisi è sotto gli occhi di tutti: la Francia comincia a mostrare forti tensioni anche sui propri spread. Prossimo passo? Magari Sarkozy seguirà le orme di Zapatero, Papandreou e Berlusconi, presentando le proprie dimissioni?
Il Presidente Monti è difronte ad una duplice sfida:
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Far capire ai nostri “Impiegati” statali politici, che come dimostrato da alcune trasmissioni televisive non conoscono la differenza tra deficit e spread, che è finito il momento delle nomine e delle barricate e che magari debbano capire l’importanza del ruolo che rivestono aprendo un libro di economia;
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Riconquistare un ruolo in Europa, ruolo che le debolezze interne dell’ex Presidente Berlusconi avevano declassato a comparsa piuttosto che protagonista.
Non posso che augurare al Presidente Monti BUON LAVORO, sperando che la sua esperienza in organizzazioni internazionali pubblici (Commissione Europea) e privati (Goldman Sachs e non solo) ci permetta di riemergere dal mare di lobby e burocrazia in cui sta affogando il nostro paese.
LA VERA CRISI ITALIANA
Finito il G20, constatiamo i risultati del summit a mio avviso abbastanza deludenti: tutti i temi legati a mitigare incertezze e difficoltà non sono stati affrontati, ma ancora rimandati all’incontro successivo.
Vorrei concentrare l’attenzione sulla situazione del nostro Paese. Per orgoglio dobbiamo ricordare qualche punto, slegati dalla politica:
- Siamo e restiamo una potenza economica mondiale
- I nostri fondamenti economici sono più stabili di altri paesi, tra cui la Francia. Vorrei ricordare che il Presidente Sarkozy farebbe meglio a guardare prima in casa propria e soprattutto a:
- Deficit
- Crescita del Pil
- Esposizione del sistema bancario rispetto alla crisi
Lasciando da parte questi fattori certi, di cui ogni italiano dovrebbe essere consapevole, cerchiamo di valutare l´impasse in cui ci si ritrova.
Ormai è chiaro, Berlusconi ha fallito. Tutto quello di cui il Paese aveva bisogno, non è stato fatto. Al momento del suo insediamento, gli italiani gli avevano affidato una maggioranza disarmante che doveva essere usata per ristrutturare il nostro paese partendo dal basso attraverso:
- Una vera e propria riforma dell’architettura istituzionale dello stato, attraverso una riduzione del numero dei parlamentari, l’obbligo del vincolo di mandato, la cessazione del bicameralismo perfetto e l’introduzione del senato federale;
- Riforma fiscale, mediante l’eliminazione dei grovigli di imposte che uccidono l’economia e che danno vita al fuggi fuggi dei contribuenti in un gioco di ruolo tra lo Stato che deve incassare e il cittadino/impresa che dovrebbe dichiarare e pagare;
- Riforma organica della Giustizia con una vera e propria separazione delle carriere tra Giudice e PM, con un occhio alle tempistiche procedurali;
- Riforma del lavoro, eliminando i contratti collettivi e stabilendo il principio dei contratti di area, in modo tale da favorire lo sviluppo;
- Maggiore controllo sulle professioni, cercando di contrastare i vari protettorati familiari che esistono in tutti i campi, ma sono l’emblema della carriera politica.
Certo la lista potrebbe essere molto lunga, ma fermiamoci a quelli che reputo più importanti e indispensabili.
Il vero problema la ricerca di una figura in grado di guidarci in un mare di incompetenza e opportunismo.
La situazione moderna è paradossale: la classe dirigente, che ha spinto per il ritiro di Berlusconi dal proprio incarico (seppur per motivi molto validi), è formata dalle stesse persone che da tempo immemorabile occupano i banchi delle camere, a Destra o a Sinistra che sia.
Condivido appieno la dichiarazione di Diego Della Valle di qualche giorno fa: “Il problema non è accettare o meno una patrimoniale, ma chi e come la utilizzerà”.
Oggi, quale proposta politica è in grado di far ripartire il Paese? Io direi nessuno, i personaggi che ambiscono alla poltrona sono tutti responsabili del groviglio di sprechi e inefficienza che sta rovinando l’Italia.
Viene chiesta la solita riforma delle pensioni come soluzione a tutti i mali, portando le nuove generazioni a versare contributi a tempo “indeterminato” che non torneranno mai nelle loro tasche, quando dall’altra parte i nostri rappresentanti politici a tutti i livelli si passano vitalizi esenti appena raggiunto un mandato.
Per non parlare degli sprechi a tutti i livelli: enti inutili, opere inutili, consulenze inutili, etc etc.
Gli scenari da portare alla luce sono tantissimi, ma si corre il rischio di essere ripetitivi; si susseguono sempre le stesse situazioni kafkiane che generano enorme rabbia e frustrazione, soprattutto quando si vive in UK, un paese in cui i cittadini hanno una percezione molto più limpida del ruolo dello stato che impone alla politica di considerare il proprio lavoro un servizio alla collettività. In Italia, essere in Parlamento vuol dire avere un posto di lavoro ben pagato e a tempo indeterminato (quanti anni dura la permanenza in Parlamento di ogni “Onorevole”, nonostante cambi di leader e di governo?).
Questo è il vero dramma: dopo Berlusconi ci sarà il “nuovo”, legato in ogni caso al passato, rappresentato da tanti opportunisti che, come hanno fatto fino ad oggi, cercheranno di restare e galla favorendo assistenzialismo in ogni forma.
Ma quindi, come cambiare la situazione?
A mali estremi, estremi rimedi. Dovrebbe esserci una vera e propria rivoluzione con cui dire basta, ribellarsi quando la politica usa solo il tempo futuro senza sottolineare il passato, promettendo qualcosa che non verrà mai implementato e ricadendo nella solita demagogia. Dobbiamo affidarci a uomini nuovi con nuove idee. E’ necessario che chi è al potere faccia un passo indietro riconoscendo il fallimento. Senza questa presa di coscienza, ogni misura avrà impatto minimo e solo sul breve periodo; ogni piano “innovativo” ricadrà nella propaganda.
Bisognerebbe darsi una svegliata: anziché manifestare e lamentarsi della situazione, dovremmo suggerire nuove idee che possano dar vita ad un cambiamento reale.
La classe politica al momento non ha nessun interesse ad aprire tale dibattito; sarebbe un’ammissione di fallimento. E’ invece preferibile scaricare la colpa sugli altri per vincere le nuove elezioni…
Chiudo ricordando che i governi e la classe politica sono lo specchio di un paese. Vogliamo davvero mantenere l’immagine attuale in ambito internazionale??
VERSO UNA VIA D’USCITA…
In un momento in cui la crisi ha assunto un carattere non più passeggero, ma si insedia appieno nell’economia reale, resta da capire quali leve possano essere utilizzate per favorire la ripresa tanto discussa e ricercata.
Alcune considerazioni diventano obbligatorie, soprattutto alla luce di quello che sta accadendo su scala globale, ovvero:
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Scioperi
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Proteste
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Crisi della classe media
Al momento, i governi non hanno preso decisioni in grado di invertire il senso di incertezza diffuso tra le classi medie, vero asse portante dell’economia occidentale.
Non esistono strategie definite. Ciò che possiamo incentivare, è una riflessione su una serie di azioni che potrebbero generare un’inversione radicale nel pensiero della collettività con conseguente rafforzamento della fiducia delle classi medie, verso una nuova crescita economica.
Quali sono allora le leve a disposizione dei governi per rilanciare un sistema economico stabile e dinamico?
I dati registrati da un’analisi dell’economia reale, testimoniano un blocco nel sistema interno di ogni stato: le aziende non crescono, la massa non consuma.
Guardando al di fuori dello scenario Europeo, gli spunti per la creazione di una ricetta che combini rigore e sviluppo (formula per abbattere le barriere imposte dalla crisi), sembrano pervenire dal Regno Unito.
Le manovre implementate in UK da un lato tentano di bloccare la corsa del deficit interno, con conseguente effetto positivo sul debito pubblico; dall’altro, con azioni in prospettiva fiscale, aumentano la competitività della giurisdizione sia a livello societario (portando la tassazione sulle aziende al 19% a partire da Gennaio 1012) che a livello personale (eliminando la soglia per la tassazione al 50% per ora fissata a 150.000 GBP di reddito annuo).
Tuttavia, lo stesso governo ha implementato azioni in campo sociale che non incontrano il mio consenso personale. Una fra tutte, la questione dell’Università.
Ma gli inglesi sono intervenuti con l’intento di contenere la spesa pubblica da una parte e favorire i consumi e gli investimenti dall’altra parte, il tutto agendo in materia fiscale.
Tale approccio potrebbe essere da esempio per tutti i governi europei, i quali dovrebbero però far precedere a qualsiasi manovra un’operazione trasparenza che faccia luce sulla situazione futura in prospettiva a quella attuale.
Proviamo quindi a guardare alla Grecia ed al nuovo accordo sulla riduzione dell’esposizione creditizia delle banche per abbattere il debito pubblico (http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-10-22/grilli-negoziera-perdite-banche-094023.shtml?uuid=Aabas3EE).
Chi coprirà queste spese?
Al momento ci si nasconde dietro continue riunioni e false promesse causando il crescere di un malcontento legato sempre di più alla mancanza di decisioni chiare e trasparenti. Perché nessuno ci spiega che nella situazione attuale la Grecia non potrà mai ripagare il debito autonomamente? Perché non ci dicono che dopo tagli, lacrime e sangue la Grecia continua a spendere più di ciò che potrà mai ripagare?
I governi locali rimangono legati alle loro questioni interne e pensano che le soluzioni si trovino nelle imposte e nelle sanzioni senza pensare che si possa crescere e riordinare la situazione anche con una defiscalizzazione mirata.
Una soluzione stile Regno Unito al momento non è praticabile in Europa poiché una politica condivisa non è supportata da accordi e trattati, ma ognuno continua a seguire il proprio interesse.
L’Europa deve realizzare che l’incertezza e l’instabilità economica non possono essere eliminate irrigidendo le normative per un rigore maggiore del sistema, ma che sono necessarie anche azioni mirate a uno sviluppo in grado di agire in modo diretto sulla capacità di spesa delle classi medie e sulla forza competitiva delle imprese su scala internazionale.
Agire su un solo lato del problema porterebbe ad avere un effetto nullo sulla capacità di ripresa.
L’unico strumento a disposizione dell’Europa è rappresentato dal fondo salva Stati. Questo non è un veicolo sufficiente poiché mira al semplice riparo delle crepe economiche senza contemplare un piano di sviluppo.
Sarebbe necessario rafforzare il ruolo della BEI,attraverso i suoi prodotti obbligazionari, in modo da favorire gli investimenti.
Parlando dell’incentivo al consumo, il discorso è più complesso. Ciò che è necessario in prima battuta è la diffusione di un sentimento di stabilità. Non si può intervenire in modo diretto nel taglio delle tasse perché i principali paesi europei vivono già una condizione di alto debito pubblico; l’unica leva sarebbe legata al far capire alla comunità internazionale che Il sistema bancario è stabile perché garantito dalla BCE. Pensiamo ad esempio al meccanismo della Bad Bank usata dalla FED per assorbire parte dei titoli tossici. Si potrebbe valutare anche la nascita di un prodotto obbligazionario europeo al fine di dare stabilità e credibilità al sistema finanziario, soluzione fortemente osteggiata da vari paesi (http://www.corriereinformazione.it/201012065635/istituzioni/unione-europea/la-germania-si-oppone-alla-proposta-di-tremonti-sui-bond-europei.html)
Come si può constatare, esistono diverse vie d’uscita. Ciò che spero è che vengano prese delle decisioni con una certa celerità; i contribuenti e le persone in generale sono stanche di assistere a meeting inconcludenti, attraverso cui si riesce soltanto a rimandare a domani una decisione che doveva già essere stata presa ieri.
Alla luce degli ultimi sviluppi, tra cui la nomina di Mister Euro, ennesima figura in aggiunta ai vari organi europei, non vedo passi avanti verso azioni concrete e mirate alla ripresa.
FALLIMENTO COME VIA DI USCITA…
Nei prossimi giorni finalmente sapremo cosa accadrà in Grecia. Le notizie di stampa sono molto confuse, ci sono varie scuole di pensiero su cosa sia meglio per il bene dei mercati della Europa/Euro e della Grecia stessa.
Il governo Greco, cercando di dimostrare buona volontà, annuncia:
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Licenziamenti di dipendenti pubblici;
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Taglio di salari e bonus.
Obiettivo di queste azioni è quello di arrivare entro il 2015 a una riduzione complessiva di 1/5 della spesa pubblica.
Basteranno queste nuove promesse a fare in modo che l’Europa conceda alla Grecia altri 8 Miliardi di Dollari, indispensabili per evitare il fallimento?
Nasce qualche domanda:
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Ma non era già stato emesso un ingente prestito per evitare il fallimento?
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Siamo sicuri che il livello di interessi e capitali che la Grecia deve ripagare possa essere garantito senza l’emissione nuovi fondi (perduti)?
I dubbi ancora aperti sono tanti. La Grecia deve ripagare un debito enorme a condizioni che nessuno, nello stesso stato in cui si trova ora il paese, sarebbe in grado di restituire. Nonostante la buona volontà della penisola Ellenica, non si riescono a vedere margini tali nel Bilancio Pubblico Greco che consentano al governo di riuscire a ripagare i creditori. Questo è il motivo per cui, in nome dell’Euro, si chiede continuo supporto.
Ma quali sono gli effetti di tutto ciò?
Se guardiamo ai mercati finanziari, totale incertezza, ma anche volatilità data dalle continue iniezioni di liquidità effettuate dalle Banche Centrali per sostenere la moneta. Tutto questo a danno degli operatori non specializzati (i piccoli risparmiatori) che non hanno capacità e risorse per stare a galla nel mercato in questi momenti di crisi. Pertanto, i ceti medi affrontano perdite di capitali che non fanno altro che ridurre le loro certezze, frenando la propensione al consumo, mentre le imprese subiscono l’instabilità dei mercati.
Guardando agli stati aderenti all’Euro, abbiamo un duplice effetto:
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Aumento del debito pubblico in valore assoluto
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Aumento della Spesa Corrente: la Grecia viene finanziata attraverso l’immissione nel mercato di nuovi titoli di debito, che significa ripagare quota capitale ed interessi.
Tutti giustificano le loro azioni cercando di spiegare che se non si operasse in questa direzione, si andrebbe incontro al fallimento della Grecia con conseguenti effetti devastanti su tutti gli altri Paesi Europei, Italia in cima alla lista, nonché all’indebolimento della stessa moneta unica.
Mi trovo in disaccordo con le politiche implementate: l’aiuto finanziario non risolve il problema, ma risulta essere un palliativo che ne ritarda temporaneamente l’effetto.
Questa è la direzione dell’Europa: dare alla Grecia quel po’ che basta per andare avanti.
Continuo a credere che non sia questa la strada giusta poiché la sola moneta non fa politica economica; occorrono decisioni e visioni condivise in campo economico,politico e sociale.
Di recente, il Ministro dell’Economia Tedesco ha ripreso questo tema con l’intento di stimolare un’azione collettiva condivisa in campo economico, tale da evitare l’implementazione di palliativi.
Al momento è un dibattito che non trova sponde a cause delle varie fronde nazionaliste presenti in ogni paese Europeo e della Tecnocrazia Europea (sia della Commissione Europea che dei governi interni) che vedrebbero sminuire il loro peso.
E’ un discorso molto complesso ma che è necessario affrontare, alla luce di Trattati e Comitati costituiti al fine di garantire la stabilità monetaria.
Oggi, l’interesse è cambiato in modo radicale e non è più sufficiente solo la stabilità, ma è necessario lottare per ottenere:
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Rigore
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Crescita
Questo può accadere solo tramite una cooperazione tra misure politiche ed economiche, azioni da parte dei Governi. Ognuno di noi deve rendersi conto che, vivendo in area Euro, non si può più parlare di problemi locali, ma è necessario adottare una visione ben più estesa che richieda azioni e misure politiche di pari entità.
Qualora nel breve periodo ciò non accadesse, ritengo che possa essere utile arrivare al fallimento della Grecia in modo da avere una visione chiara della fonte dei problemi e delle politiche da adottare.
Ricordiamo che non sempre I fallimenti sono un male, guardiamo al caso dell’Argentina e notando la situazione corrente. Invito a consultare questo link:
http://www.tradingeconomics.com/argentina/gdp-growth-annual
Di sicuro con il fallimento comporterebbe perdita economica ed instabilità ulteriore, ma ritengo che alla fine questa fase di impasse e indecisione sia molto peggio: non ci sono comunque stabilità e certezza, ma si rimanda al giorno successivo il difficile compito di risolvere il problema.
UN PAESE ALLA DERIVA…
E’ doveroso riprendere un tema che era già stato discusso in precedenti articoli, poiché la gestione del nostro quotidiano ha ormai raggiunto un livello di inefficienza che lascia senza parole.
Non voglio essere noioso e petulante, ma nel mezzo di una crisi economica finanziaria a livello globale non si può assistere ad una tale gestione di un Paese da parte di una classe politica inadeguata a governare.
E’ stata presentata un’ultima manovra per il contenimento del deficit che, lasciando tutti sorpresi, a seguito del monito del Capo dello Stato, è stata approvata in pochissimi giorni.
Il nocciolo del provvedimento si compone di imposte e nuovi costi aggiuntivi per imprese e collettività. Come al solito non ci sono azioni in materia di liberalizzazione o progetti di riforma che cerchino di contenere in modo definitivo la spesa pubblica.
In pratica si continua a chiedere ai cittadini e alle imprese di contribuire al mantenimento degli equilibri finanziari del Paese attraverso:
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Ticket sui servizi pubblici;
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Accise sulla benzina (ricordiamo che il prezzo del petrolio è sceso al di sotto dei 100$ al barile, ma in Italia il costo delle benzina è ad un livello che non ha precedenti. Intervento dello Stato: nessuno);
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Nuove imposte sulle imprese (pensiamo alle banche…);
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Blocco delle pensioni.
Dopo tanto parlare, causa il continuo impatto della crisi finanziaria, è stato messo in moto un lento meccanismo di riforme strutturali che andrà a toccare:
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Alcune province (queste non andranno ad essere soppresse in toto, viste le forti resistenze di alcune forze di maggioranza ed opposizione);
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I piccoli comuni.
Altre riforme strutturali da sempre richieste non vengono assolutamente citate. Non si parla di:
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Comunità montane, le quali fanno opposizione in Val Di Susa contro un’opera infrastrutturale come la TAV, già definita nel tratto francese, ma che in Italia non si riesce a sviluppare;
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Abbattimento dei vitalizi e i privilegi della casta che, al contrario, rifiuta di effettuare tagli necessari in momenti di crisi e difficoltà;
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Concetto di produttività dei lavoratori nel settore pubblico che potrebbe incrementare l’efficienza attraverso premi diretti a che permetterebbe di ridurre le “sacche improduttive”;
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Riavvicinamento tra Scuola e imprese, anzi, caso più unico che raro, abbiamo assistito al fallimento di un’Ente Universitario (l’ Università di Siena).
La lista potrebbe essere estesa all’infinito, ma non voglio essere ridondante. Ormai nel nostro Paese molto può essere ridotto ai problemi del nostro Primo Ministro. La giustizia è diventata il nodo maggiore e siamo passati dal processo breve al processo lungo con la stessa velocità con cui si passa da un bar all’altro in Venerdì sera.
Ma non tutto è da collegare ai suoi problemi personali. Nuovi fatti consentono di capire che la commistione tra il sistema economico e la politica non è solo rappresentata da Berlusconi, bensì da tutto il sistema, che come al solito si difende con eccesso di finto garantismo da un lato e ossessione giustizialista dall’altro.
Quello che la nostra classe dirigente al momento riesce a fare, è andare in ferie in blocco, soprattutto a seguito del duro lavoro nel corso dell’anno. Ecco un articolo in merito da leggere attentamente: http://www.corriere.it/politica/11_agosto_04/stella-ponti-onorevoli_4a5ecee2-be5a-11e0-aa43-16a8e9a1d0c7.shtml .
Invece di rimboccarsi le maniche cercando di trovare soluzioni a una crisi che non è di certo un fatto occasionale, 100 parlamentari andranno in pellegrinaggio in Terra Santa, giustificando il tutto con un cammino di penitenza verso un aiuto mistico. Direi a questo punto che l’influenza legata alla vicinanza dello Stato Vaticano non è sufficiente e pertanto questo duro sacrificio pagato dai contribuenti è davvero necessario.
La situazione non è da ricondurre ad un problema di destra o di sinistra, ma è un problema del sistema. Il senso della realtà è completamente sfocato: ricordiamo che l’Italia per finanziarsi pagherà il proprio debito con i BTP a tassi ben più alti rispetto alla media dei nostri principali “competitors” Europei. Il tutto nel totale disinteresse dei nostri governanti che si preoccupano di difendere la loro poltrona non preoccupandosi delle generazioni future che si troveranno a vivere in un contesto in cui:
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Vi saranno sempre meno opportunità di lavoro per cui l’Estero diventerà sempre un’attrazione più forte;
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Chi lavorerà in Italia pagherà trattenute sulla busta paga come contributo per una pensione che non percepirà mai;
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Ci si troverà a vivere in un Paese senza opportunità e occasioni di sviluppo.
Per evitare ciò, il Bel Paese DEVE cambiare. In caso contrario, anche noi prima o poi verremo investiti dalla onda negativa della crisi (se già non ci ha danneggiato irreparabilmente) e poi non basterà più il nostro “essere italiani” a salvarci dalle conseguenze di un fallimento del Paese.
UNA CRISI NON ANCORA INIZIATA
Stati Uniti ed Europa sembrano festeggiare a seguito dei risultati raggiunti in materia di:
- Gestione del Deficit interno negli Stati Uniti, dove si è raggiunto il compromesso minimo riguardo all’innalzamento del Deficit Federale;
- Aumento del Debito in favore della Grecia.
Queste due misure fanno ipotizzare un periodo di tranquillità in favore dei mercati e della collettività. A mio parere i due accordi rappresentano un traguardo molto piccolo.
Cerchiamo di motivare questa posizione.
Gli Stati Uniti, come primo paese del G8, non avrebbero di certo potuto permettersi una situazione di default interno. Le tensioni create dai ritardi sull’accordo erano solo figlie di mera tattica politica legata alle prossime elezioni presidenziali.
Occorre domandarsi se tuttavia questo risultato raggiunto consenta di garantire stabilità. L mia risposta è, purtroppo, negativa.
La ragione è che tale risultato era necessario/obbligatorio e, come tutte le azioni politiche che si stanno susseguendo, tiene conto di una situazione stabile e sostenibile solo nel breve periodo.
Tale accordo non ha effetto su nessun criterio di lungo periodo tale da potere apportare cambiamenti nel sistema socio/economico Americano o internazionale. Problema critico degli Stati Uniti continua ad essere la bassa crescita del PIL. Le ragioni sono molteplici e sono comunque da ricercare nella progressiva smobilitazione nel mercato manifatturiero Americano, in cui la costante perdita di posti di lavoro e l’alto tasso di disoccupazione non consentono di creare stimoli per la domanda interna. Si configura un sistema economico interno che basa il suo tasso di crescita sui risultati conseguiti con azioni o dividendi. Altro parametro fuori controllo in USA è legato al deficit estero, soprattutto in merito alla relazione con la Cina. Facciamo luce su questo punto.
Il Governo Cinese continua ad investire in Titoli di Stato Americani con rendimenti quasi nulli. La ragione è tutta legata alla relazione politica che i Cinesi hanno instaurato con USA e resto del Mondo: nessuno mette bocca negli affari Cinesi, barattando il silenzio con manifatturiero di basso costo. Da ciò scaturiscono 2 risultati:
- Non permettiamo alla manodopera Cinese di crescere tramite l’equità nei salari minimi ed i benefici del progresso (ricordiamo Google oscurato, zero diritti, nessuna tutela);
- Non permettiamo al tessuto medio-occidentale, tutto il capitale umano che lavorava nel manifatturiero, di potere avere un lavoro con cui sopravvivere e favorire il proprio sviluppo economico e sociale, nonché la crescita della domanda stessa.
L’Europa cerca di comunicare al resto del Mondo che in Grecia verrà raggiunto un compromesso, sintomo di stabilità ed unità di intenti nell’ambiente internazionale Europeo.
Cerchiamo di analizzare questo accordo da vicino, in modo da capirne i risvolti in più prospettive.
L’Europa, dando seguito al primo prestito concesso alla Grecia, in cui erano state poste delle condizioni di rimborso impossibili, ha rilasciato un nuovo prestito che rinegozia le condizioni precedenti. Oggi possiamo dire che la Grecia ha ottenuto in termini di finanziamento tutto ciò che era necessario per evitare un fallimento simile a quello Argentino. Dall’altra parte, l’Europa ha ricevuto in cambio:
- Promesse su tagli e miglioramenti nella efficienza
- Promesse di Riforma
In pratica, nulla! Tali condizioni erano già state previste nel primo accordo. Ciò che era completamente folle erano i tassi di interesse applicati.
Anche questo accordo è “al ribasso”: la Grecia prende per intero le somme richieste e l’Europa non riceve una contropartita. Sorge una domanda: ma in un sistema reale, sarebbe possibile che una società sull’orlo del fallimento chieda e ottenga un finanziamento con mandato pieno e mani libere nella gestione? Direi proprio di no.
L’Europa invece agisce in modo opposto consentendo a una classe politica, quella Greca, responsabile del tracollo statale di continuare a gestire il sistema, ricevendo in cambio una promessa.
La crisi per ogni paese in Europa è dietro l’angolo e non è attraverso la semplice erogazione di denaro che un sistema può essere risollevato, bensì attraverso una discussione più ampia e diretta basata su un concetto importante: non si può agire sotto il cappello di una moneta unica se non è sorretta da una politica economica condivisa.
Tale regola viene ribadita di tanto in tanto ma la questione non viene mai affrontata apertamente dalle cancellerie Europee, pena la perdita di parte del potere dei Primi Ministri. Tutti alla fine preferiscono ricorrere al debito che verrà tramandato sulle generazioni future: sono loro che pagheranno il costo delle scelte attuali.
Voglio menzionare un nuovo spunto di riflessione che si lega al ruolo delle Agenzie di Rating. Tali attori della scena internazionale, nei momenti di tensione sulle valute, declassano i paesi in debito con conseguente aumento degli interessi che si è costretti a pagare per consentire l’emissione dei titoli. A chi conviene questa forma di gioco in cui in fasi critiche e cruciali delle trattative, alcuni organismi “INDIPENDENTI” agiscono con un potere superiore a quello dei mercati e delle volontà politiche?
Non abbiamo risposte in merito ma ciò comprova le affermazioni fatte all’inizio: ci troviamo di fronte ad accordi al ribasso, sottoscritti perché necessari, ma che rimandano ad un FUTURO BREVE i problemi di questa crisi che nonostante il passare del tempo, continuano ad essere attuali.


