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SEGNALI DI FUMO…
Dopo quasi 6 mesi dall’insediamento del nuovo Governo tecnico, mi sembra doveroso fare un piccolo rendiconto non solo rispetto alle azioni intraprese, ma anche in relazione ai progetti in via di sviluppo.
Con l’arrivo del Professor Monti, di sicuro l’Italia ha riacquistato un po’ di quella credibilità logorata dalle troppe barzellette e dagli scandali che avevano colpito e affondato il Governo Berlusconi. Abbiamo riguadagnato il nostro posto nei meeting che contano e sembra che le borse, pur senza lo stimolo di un miglioramento nel Debito Pubblico e nel Pil, comincino a premiare i Titoli di Stato italiani, con un abbassamento degli Spread.
Come al solito, la stampa e la politica italiana fanno blocco; si arriva ai soliti slogan che hanno caratterizzato da sempre la scena politica italiana. Nell’immaginario di tutti gli italiani, Monti era il salvatore di una Patria in declino.
Il Governo Monti si distingue da quelli precedenti per avere al suo interno Ministri di pura matrice tecnica, esperti nelle materie pertinenti alle loro nuove competenze. Tutti sono soddisfatti perché, per la prima volta, chi occupa una poltrona di Governo sa di cosa si sta parlando. Non ci si dovrà più affidare a consulenti strapagati.
Tutto fa sperare che il Paese guidato da Monti, uomo rigoroso per il suo passato professionale, possa uscire dal baratro.
Gli italiani accettano, in modo passivo e per il bene della collettività, una prima Finanziaria, caratterizzata dall’innalzamento dell’età pensionabile: tutti hanno visto il Ministro Fornero in lacrime perché dispiaciuta dell’azione intrapresa.
Sono stati messi in campo aumento dell’IVA, accise sulla benzina, IMU, altre tasse e tanti nuovi balzelli a carico di imprese e persone fisiche.
Monti giustifica la manovra dicendo che senza i provvedimenti intrapresi, avremmo fatto la fine della Grecia. “Salvare l’Italia” era la prima fase del mandato del Presidente Monti; la seconda fase sarà basata su sviluppo e ripresa.
Tutti ad aspettare impazienti la fase due, annunciata dalla riforma del lavoro che avrebbe dovuto contenere importanti novità sull’articolo 18.
Non voglio commentare la questione relativa all’art.18 poiché sarebbe ripetitivo, ma dico solo: tanto rumore per nulla. In Parlamento non è ancora passato nulla in materia di mercato del lavoro. Cosa molto preoccupante, è che tutto è in mano ai nostri parlamentari.
In questo stesso periodo “emergono” gli scandali sui finanziamenti ai partiti. Viene coinvolto addirittura il partito di Roma Ladrona, saltano fuori diamanti, conti in Tanzania, lauree comprate e tanto altro ancora.
Tutti con gli occhi a Monti, sperando in un provvedimento urgente per recuperare credibilità e giustizia, soprattutto in rispetto dei vari balzelli che gli italiani pagano ogni giorno. Invece nulla, la politica fa scudo.
Era stato detto che non sarebbe stata incassata l’ultima tranche dei finanziamenti elettorali (circa 150 milioni di Euro), ma come al solito nulla di fatto. Andando sul sito del Corriere della Sera troverete un link interessante in merito a politica e trasparenza, ennesima finta promessa da parte dei nostri politici.
In questo scenario, la situazione non è affatto rosea:
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PIL Negativo;
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Tasso di disoccupazione alle stelle (per non parlare del dato su quella giovanile);
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Aumento dei fallimenti e della chiusura di imprese.
Non voglio commentare le azioni estreme intraprese da gente disperata, ma voglio sottolineare che il nostro Governo, caratterizzato da esperti di settore, oggi non ha ancora prodotto alcun risultato, né preso provvedimenti che legittimino la scelt di affidarti ad un governo tecnico.
Sembra che si stia seguendo la solita strada: alle prime difficoltà si alzano le tasse e la benzina.
Oggi la situazione è molto grave. Leggo con fervore che, dopo avere sostenuto a spada tratta la strada maestra dell’austerity, finalmente si menziona lo sviluppo, ricordando che la crescita può partire solo con gli investimenti. Tali investimenti possono essere predisposti solo dallo Stato.
Si spera nell’impegno del Governo in Europa per far sì che si vada oltre il Fiscalpakt, poiché le imprese hanno bisogno di poter operare senza il rischio del fallimento con conseguente perdita di posti di lavoro, dramma quotidiano soprattutto per i non più giovanissimi.
Probabilmente si dovrà aprire uno scontro in Europa, ma il compito del Governo tecnico dovrebbe essere quello si far capire ai politici che per una ripresa economica, è necessaria una disponibilità di risorse; efficienza e razionalità nella gestione devono essere imposte, soprattutto per noi paesi latini. Spero si riesca a spianare la strada degli Eurobond, almeno come soluzione immediata.
I recenti risultati elettorali impongono una riflessione. Le svolte populiste ed i cambiamenti di schieramento richiedono una presa di coscienza: sono necessarie azioni che garantiscano sviluppo e crescita, pena una ricaduta in una fase buia del passato.
Non è più possibile pensare che lo sviluppo possa essere favorito solo attraverso un’azione di risanamento, soprattutto se caratterizzata da politiche fiscali repressive.
Pertanto, alla luce dei recenti dati elettorali, non bisogna pensare solo agli Eurobond, ma anche ad una stabilizzazione delle politiche economiche in Europa:
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Modificare il ruolo della BCE, ossia trasformarla in una normale banca centrale;
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Imporre politiche di bilancio rigorose in area europea, superare Maastricht mediante nuove norme che impongano un maggiore controllo da parte di Commissione o Parlamento Europeo sulle finanziarie nazionali.
Concludo dicendo che la figura professionale di Enrico Bondi, potrebbe avvalersi dell’aiuto che i media possono offrire nel campo. Tutti abbiamo visto i servizi sugli sprechi condotti da programmi come “Striscia la Notizia” o “Le Iene” e aprire un dialogo con i giornalisti potrebbe certamente aiutare l’individuazione dell’utilizzo improprio del denaro pubblico. L’esistenza di enti inutili, consulenze non necessarie, spese fuori controllo delle regioni e problemi nella gestione degli appalti è sotto gli occhi di tutti: da anni si produce una letteratura quotidiana.
L’invito ai cittadini a segnalare gli sprechi sembra una presa in giro. Non possono essere i cittadini a segnalare, ma dovrebbe essere la politica a dare un segnale forte di cambiamento, agendo dove bisogna agire.
Di sicuro Enrico Bondi metterà il massimo impegno professionale per il conseguimento dello scopo, ma c’è sempre il dubbio che si ricada nella solita situazione: tanto fumo, ma poca sostanza.
I problemi continuano a rimanere irrisolti: la speranza è che magari si riesca ad avere un impatto più forte nei prossimi mesi, attribuendo al Governo un ruolo che al momento risulta essere del tutto simile a quello già visto in passato.
LA STORIA SI RIPETE
Nell’ultimo articolo pubblicato su questo blog era stato sottolineato il fatto che, finiti i brindisi ed i complimenti per i traguardi raggiunti, due problemi impellenti sarebbero inevitabilmente riemersi: Spagna e Portogallo.
Non è stato deciso ancora nulla. Tuttavia, ripetendo per intero gli errori fatti con la Grecia, alla Spagna sono stati imposti tagli per circa 27 miliardi di Euro, necessari a soddisfare le richieste dell’Europa. Esattamente come avvenuto per la Grecia, al raggiungimento degli obiettivi seguirà un’emissione di denaro verso il paese, aumentandone ulteriormente il debito.
Ci saranno nuovi meeting, nuove foto e nuove feste, ma il contesto purtroppo non cambierà; come appurato recentemente, le misure finanziarie attuate non condurranno ad una ripresa.
Abbiamo evidenziato la scorsa volta che uno dei limiti dell’Europa è legato al ruolo della BCE, frenata nell’agire da Banca Centrale e quindi incapace di stampare denaro.
Tale situazione è destinata a peggiorare ulteriormente: i fondi utilizzati in favore delle banche sono finiti ed il sistema rischia di bloccarsi nell’incapacità di sostenere la domanda interna dei titoli di debito pubblico.
Le conseguenze saranno:
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Aumento degli Spread;
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Aumento del Deficit Interno;
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Aumento del Debito Pubblico.
Sulla base di questo scenario come ci si dovrebbe muovere? Non essendoci nulla di chiaro, ognuno in Europa deve crearsi una strada; si va alla ricerca di partners.
L’Italia, riprendendo una missione attivata dall’allora ministro Tremonti, si ripresenta in pompa magna ai cinesi dicendo che:
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L’Italia è fuori dalla crisi;
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L’Italia ha un mercato del lavoro nuovo e riformato;
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L’Italia ha un’economia in ripresa.
Dopo aver preso atto di queste informazioni, sono andato alla ricerca di alcuni dati, scoprendo che:
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Siamo in piena recessione (-2%) ed il Ministro dello Sviluppo Economico ha dichiarato che l’Italia sarà in recessione per tutto il 2012;
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Il settore delle auto, anche a seguito delle splendide misure sulle auto di lusso, ha fatto registrare un bel -30%;
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La disoccupazione giovanile ha raggiunto quasi il 30%;
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La disoccupazione è in totale quasi al 10%;
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La riforma del lavoro non ha prodotto molti risultati:
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Il giudice ha sempre l’ultima parola;
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Nel caso dei licenziamenti per ragioni economiche, sono dovuti 2 anni di indennizzo.
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Rileggendo queste cose mi domando: in che paese viviamo?
Chi ci gestisce è un po’ lontano dal paese reale in cui la gente comune, a seguito della mancanza di liquidità nel sistema, non può pianificare un futuro.
Sembra che tutto ruoti attorno all’articolo 18, ma è tutta una farsa: il lavoro si tutela solo se esiste e se esistono anche le condizioni per poter andare avanti. Nel nostro paese si produce tanta aria fritta e dopo aver svenduto tutto ai francesi, per garantirci la sottoscrizione dei titoli di Stato, si va in Cina a barattare qualche partecipazione strategica o magari qualche altro distretto industriale.
Mi domando se tutto questo abbia senso in un paese in cui chi governa è lontano anni luce dalla realtà, sofferta da chi in Italia ci deve vivere e lavorare veramente.
Ho sempre ribadito che questa è una crisi globale e che, come tale, deve essere affrontata su dimensioni analoghe. In questo caso l’Europa deve essere in grado di fare l’Europa.
Una risposta a queste problematiche risiede nel passato. Guardiamo ai fenomeni depressivi che hanno caratterizzato il ’900: situazioni simili sono state risolte grazie a forti iniezioni di liquidità da parte degli stati attraverso due leve:
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Immissione di nuova moneta nel sistema, con conseguente svalutazione;
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Emissione di nuovo debito per sostenere la Spesa Pubblica e quindi far ripartire consumi e investimenti
Ma l’Europa si rifiuta di prendere coscienza di queste possibili soluzioni per pura tattica politica. Ne è un esempio l’ultima mossa della Germania, la quale decide di garantire il fondo EFSF per un totale di 280 miliardi sui 700 disponibili. La Germania decide di prendere la guida di questo meccanismo inefficiente, ad oggi unico ombrello della crisi europea.
Questo meccanismo ha già dimostrato la sua debolezza: non è stato in grado di attivare dinamiche in favore di una ripresa. Tali dinamiche non possano essere ricercate negli accordi con l’oriente.
Concludo riprendendo quanto dichiarato dall’economista francese Jean Paul Fitoussi; se l’Europa vuole uscire dalla crisi, deve favorire lo sviluppo della domanda degli stati e questa può essere sostenuta solo attraverso la messa in circolazione di nuova liquidità. Considerando i tempi lunghi per riformare la Banca Centrale Europea, l’unica strada risiede nella messa sul mercato dei Bond Europei.
Curiosi di assistere agli sviluppi.
VERSO UN FUTURO INCERTO…
Passata l’euforia dell’accordo raggiunto sulla Grecia, cerchiamo di capire concretamente a cosa ha portato l’accordo in questione.
Di certo è stata riscontrata una riduzione dell’esposizione debitoria complessiva e si è arrivati ad un Haircut/Default Pilotato che, celato dietro brindisi, flash e sospiri di sollievo, rappresenta il più grosso fallimento pilotato della storia.
Mediante il raggiungimento dell’accordo con i creditori, è stata raggiunta una riduzione del debito della Grecia pari al 53,5%.
L’Europa ha mentito dicendo che uno scenario del genere sarebbe stato apocalittico o catastrofico, per poi trovarsi a festeggiare dopo due anni, affermando che siamo di fronte ad un “grande traguardo”.
Ma a questo punto nasce spontanea una domanda: cosa sarebbe successo se questa decisione fosse stata presa 2 anni fa?
Di certo la Grecia non avrebbe dovuto fare i conti con una crescita continua ed esagerata del deficit interno e degli spread che hanno impattato pesantemente sul debito pubblico, facendolo crescere del 50% negli ultimi 2 anni.
Tuttavia, questo non è l’unico aspetto da considerare. Sono stati imposti vincoli pesantissimi alla Grecia, che avrebbero dovuto produrre risultati comunque troppo marginali rispetto ai numeri in gioco (una per tutte, l’ultima imposizione di tagli per 350 milioni di Euro che ha dato vita alle rivolte dell’ultimo periodo)
Potremmo allora chiederci: a chi sono serviti questi passaggi totalmente inutili? Era necessario “dare una lezione” ai greci?
Certamente non si poteva far finta di nulla davanti ad un modello di gestione della cosa pubblica che ha portato la Grecia a generare un sistema al di sopra delle possibilità del proprio tessuto produttivo.
Ma questo risultato mette in evidenza la scarsa forza e concretezza delle istituzioni europee nella gestione di una situazione critica.
Pensiamo ai continui meeting e alle varie dinamiche guidate dalla voglia di primeggiare di alcuni stati europei. Il risultato finale è stato l’allungamento delle tempistiche, contro una soluzione più vicina, efficace e immediata.
Queste dinamiche stanno anche portando nuove tensioni principalmente in due paesi: Spagna e Portogallo.
La situazione del Portogallo presenta caratteristiche molto simili al contesto greco. Gli istituti lusitani, stanno prendendo in prestito circa 48 miliardi di Euro sfruttando i programmi a breve termine della BCE, denaro che non proviene né dalle LTRO, né da prestiti dalla Banca Centrale portoghese. Una bella cifra a fronte dei numeri delle principali banche del Paese:
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Banco Espirito Santo: market cap di 2,3 miliardi di Euro e assets totali per 80 miliardi;
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Banco Comercial Portugues: 1,2 miliardi di Euro di market cap e asset totali per 94 miliardi;
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Banco BPI: market cap di 0,5 miliardi di Euro e assets totali per 43 miliardi;
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Banif: market cap di 0,2 miliardi di Euro e assets per 16 miliardi di euro.
Le quattro più grandi banche portoghesi possiedono un totale di 4,2 miliardi di market cap e 233 miliardi in assets. Essendo questi istituti gli unici beneficiari dei 48 miliardi in prestito della BCE, il 20% del loro finanziamento è direttamente legato a programmi dell’Eurotower, LTRO escluso.
Uno scenario decisamente già visto a cui si unisce il fatto che, come per la Grecia, la BCE detiene molti bonds lusitani acquistati attraverso il programma SMP. Tali bonds viaggiano a prezzi scontati rispetto al valore facciale, pur essendo per la maggior parte denominati in diritto lusitano e non inglese. Esattamente come per la Grecia dello scorso Agosto, oggi il bond decennale lusitano prezza circa 50 centesimi e paga un rendimento del 13 per cento e, proprio come per le banche greche, quelle lusitane sopravvivono grazie ai prestiti della BCE (e forse della propria Banca Centrale attraverso l’ELA, sempre legati alla BCE).
La Spagna invece si trova nel seguente scenario:
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Rapporto Deficit/PIL 8,5%
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Tasso di disoccupazione quasi al 30%
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PIL in fase recessiva
Inoltre, il Primo Ministro spagnolo ha dichiarato di non volere accettare le condizioni imposte dal Fiscal Impact, in cui gli si impone di ridurre il Deficit entro fine anno ad un rapporto pari al 4,8%.
La scelta viene giustificata dicendo che tale imposizione rappresenterebbe una violazione della sovranità nazionale e pertanto si sostiene che in un momento di recessione non sia possibile fare leva sui tagli interni, pena l’impossibilità di implementare azioni atte a favorire la ripresa.
Possiamo quindi individuare una situazione generale poco rassicurante:
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Scenario macroeconomico pessimo
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Borse ai massimi, basta guardare Wall Street
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In alcuni Paesi, tipo Italia in piena recessione, gli spread scendono a valori costanti.
Considerando ciò, cosa pensare? Che senso ha imporre i vincoli del Fiscal Impact in un momento di piena recessione? Come si pensa di sostenere una ripresa economica se non si ha la possibilità di poterla alimentare attraverso fonti di finanziamento disponibili?
Di certo l’Europa deve rivedere il suo stato sociale, aumentare la produttività e riprendere politiche di investimento; ricorrendo a politiche repressive nate da poca lungimiranza non si potrà mai attivare un meccanismo di ripresa esponenziale.
L’esperienza della Grecia ci insegna che una presa di coscienza immediata dello status economico non può fare altro che apportare vantaggi in termini di programmazione strategica per la ripresa. Nel caso della Grecia vediamo:
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Meno debito pubblico, poiché il contenimento del deficit causa minori interessi sul debito stesso
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Lo spread resta a valori stabili poiché i debiti sono garantiti dalle istituzioni sovranazionali
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Il deficit non sale perché i costi del debito saranno mantenuti grazie all’azione sullo spread.
Le esperienze passate possono aiutare a trovare soluzioni ai problemi presenti, evitando un impatto troppo marcato sulla popolazione. Aggiungerei che se guardassimo alla situazione di alcuni altri paesi, potremmo trovare spunti interessanti per superare le debolezze europee: come fanno Stati Uniti e Giappone a superare i loro problemi in tempi di crisi, pur avendo in bilancio debiti pubblici più grossi in valore assoluto?
La risposta risiede nel ruolo della Banca Centrale e nella sua capacità di produrre moneta, riducendo le tensioni sulla domanda dei titoli di debito pubblico e quindi sugli spread.
Tutto questo in Europa non avviene, si preferisce riconoscere alla nostra Banca Centrale una funzione che non va oltre la vigilanza sull’inflazione, a cui si aggiunge di recente la possibilità di prestare denaro agli istituti bancari a tassi agevolati.
Se vogliamo che l’Europa acquisisca nuovamente credibilità e stabilità, i passi da percorrere devono portarci verso:
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Controllo maggiore del Debito Pubblico Europeo/Bond Europei
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Ruolo da Banca Centrale reale della BCE.
Se l’Europa continuasse a non percepire questi due obiettivi come indispensabili, il tasso di instabilità sarebbe l’unico fattore destinato a crescere
UN PO’ DI CHIAREZZA
Prendendo spunto dalle recenti dichiarazioni del Ministro dell’Economia tedesco, il quale comunica la necessità e l’urgenza di procedere con una consistente capitalizzazione del Fondo Salva Stati per garantire maggiore stabilità nei mercati, cerchiamo di fare un PO’ DI CHIAREZZA sulla situazione attuale, attraverso il pratico strumento FAQs.
Come si alimenta il Fondo Salva Stati?
Mediante i contributi dei singoli paesi membri.
Qual’è lo scopo del fondo?
Garantire la stabilità del sistema Euro contro potenziali rischi di default finanziari di in uno dei paesi membri.
Come fanno i paesi membri a sottoscrivere il fondo?
I paesi sottoscrivono tramite l’apporto di nuovo capitale, reperito mediante l’immissione sul mercato di nuovi titoli di Debito Pubblico. Ciò si traduce in maggiore Debito Pubblico per i singoli Paesi Europei.
Chi sottoscrive il nuovo Debito?
I principali sottoscrittori sono gli investitori istituzionali, ovvero le Banche.
Qual’è lo scenario attuale?
Le banche, per garantire una piena copertura del sistema, ottengono prestiti agevolati da parte della Banca Centrale Europea. Tramite questo denaro, le banche riescono a sostenere l’emissione di nuovo debito per i singoli stati sovrani (di recente c’è stata una nuova emissione da parte della BCE di 529,30 miliardi di Euro, con un tasso di interesse annuo dell’1% che le banche dovranno pagare alla restituzione).
A chi conviene tale situazione?
Le banche si trovano in una posizione di assoluto privilegio in quanto creano profitto sulla base del differenziale positivo tra il denaro da pagare alla BCE e quello ricevuto dagli stati attraverso la sottoscrizione del nuovo debito pubblico.
Quali sono gli obiettivi di questa politica?
Attraverso questa manovra della BCE, si procede all’emissione di nuova moneta per:
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Ridurre le tensioni sulla domanda di Titoli di Stato attraverso la creazione di un bacino stabile di operatori istituzionali in grado di sottoscrivere il nuovo debito;
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Ridurre le tensioni sugli spread, in modo da garantire ai paesi europei un contenimento nei costi da sostenere all’emissione di nuovo debito, allo scopo di avere un’effetto positivo sia sul deficit che sul debito pubblico.
Tuttavia, questo scenario presenta delle debolezze legate alla mancanza di una vera ripresa economica che, in Europa, tarda ad arrivare. Si riscontrano invece fenomeni recessivi figli della crisi finanziaria, in cui le banche usano i capitali a disposizione per sostenere i debiti pubblici ed incrementare il proprio patrimonio, precedentemente ridotto dalla crisi.
Il sistema attuale non è in grado di ripartire e la crisi ha una dimensione sempre più capillare su tutta l’economia reale, anche perché molti paesi denotano forti rigidità burocratiche che non consentono di poter agire con la massima efficacia.
Pensiamo alla questione dei salari, concentrando per un attimo la nostra attenzione sul dibattito italiano.
Personalmente, continuo a sostenere che il nostro sistema contrattualistico sia superato che non sia più in grado di soddisfare il tempo in cui viviamo. Non ritengo sensata una battaglia contro l’articolo 18, anzi si dovrebbe parlare esclusivamente meritocrazia e di incentivi tesi ad aumentare il legame tra impresa e lavoratori, il tutto unito ad una riorganizzazione del Welfare che aumenti il benessere dei lavoratori, visto l’obbligo di andare in pensione a quasi 70 anni.
Ci si deve rendere conto che il modello sociale è cambiato. Prima era necessario tutelare le persone guardando al loro futuro; oggi è doverosa una ridistribuzione del reddito accentuata sul presente.
Prendendo spunto dal modello inglese, ad ogni lavoratore dovrebbe essere permesso di definire il proprio piano pensionistico. In tal modo si disporrebbe di più liquidità disponibile per i “giorni di pioggia”, che ultimamente sono diventati davvero tanti.
Alla luce di quanto discusso quali soluzioni adottare?
Di certo sono necessarie manovre mirate a risolvere la questione del debito greco. Se si procedesse implementando un default pilotato, che comporterebbe una negoziazione con i creditori della Grecia (le banche), si porrebbe fine all’incertezza economica e si farebbe chiarezza su un dato reale. Misure di contenimento dei costi da parte delle Grecia non potranno mai essere attuabili se il debito ha un interesse annuo pari al 30%.
Risolvendo la questione della Grecia, l’Europa darebbe un segnale di unità e di realismo scavalcando le logiche unilaterali dei singoli paesi. Questo rappresenterebbe il primo passo verso la coesione fiscale, necessaria per evitare situazioni simili in futuro.
Con una coesione fiscale vera, non più quella fallimentare di Maastricht, i paesi perderebbero un po di sovranità politica, a vantaggio di una maggiore stabilità del sistema generale; i problemi dell’Europa dovrebbero essere affrontati dall’Europa tutta.
Ansiosi di conoscere gli sviluppi.
NUBI SUL FUTURO
Negli ultimi giorni, i giornali ed i media si sono concentrati molto sul discorso Grecia: il Parlamento ha deciso di accettare le condizioni imposte dall’Europa, consentendo lo sblocco di nuovi fondi per evitare una crisi di liquidità che il Paese avrebbe dovuto affrontare in data 15 Marzo, giorno in cui è fissata la scadenza del debito dello stato greco verso i creditori, ovvero le banche.
Ecco una breve analisi dello scenario economico e finanziario:
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Valore del Debito Pubblico pari a 300 miliardi di Euro
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Rapporto tra Debito e Prodotto Interno Lordo pari al 140%
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PIL testimone di recessione, poiché risulta essere -4,0%
Questi sono dati importanti, tuttavia non sono gli unici da analizzare: c’è da dire che la Grecia paga un premio del 30% sui suoi titoli decennali; per ogni Euro di debito, la Grecia dovrà ripagarne 1,3. Nell’economia reale, tali cifre ci porterebbero a dire che il soggetto in questione è indubbiamente in fallimento, senza alcuna possibilità di ripresa.
Aggiungiamo a tale scenario le nuove misure imposte dall’Europa, obbligatorie per lo sblocco dei nuovi aiuti finanziari e rendiamoci conto che, per molti versi, il tutto sembra una grossa presa in giro.
Come può un paese tecnicamente fallito riuscire a sopravvivere, soprattutto se alla sua popolazione vengono tolti i mezzi per sostenersi?
E’ assurdo scaricare sui cittadini le colpe di una gestione dello stato scellerata, specialmente quando, negli anni precedenti, i vari organismi europei che oggi additano il paese non avevano preso alcuna posizione sulle politiche clientelari sostenute dalla Grecia che oggi hanno sortito il loro effetto.
Non è stato implementato alcun intervento, si è lasciato fare ed oggi si mette in ginocchio una popolazione che, anche con il nuovo finanziamento, non riceverà nessun beneficio, neanche in termini di prospettiva di crescita: tale denaro servirà a ripagare le banche tedesche e francesi (che hanno in portafoglio più o meno 90 miliardi di Euro), veri attori delle dinamiche responsabili della situazione attuale.
La cornice è allarmante, ma le maggiori preoccupazioni risiedono nel fatto che, in questi anni, le classi politiche europee hanno sostenuto il sistema facendo ricorso a politiche di indebitamento non efficienti. Testimone di ciò, quello che avviene in Italia: il Bel Paese giustifica il debito con la volontà di sostenere investimenti e sviluppo, ma poi tutto finisce in sprechi e nulla di fatto.
Questa politica, o meglio questa assenza di politica, ha portato negli anni vari scompensi, sostenuti dalla continua evoluzione dei mercati finanziari.
Oggi si guarda alle imprese come uniche entità in grado di produrre del profitto, profitto che dovrà essere girato in favore degli azionisti.
Da questa nuova logica scaturiscono fenomeni ricorrenti:
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Delocalizzazione produttiva delle grandi imprese
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Distribuzione di profitti da parte delle stesse in favore dei soci
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Riduzione della forza lavoro nei paesi di origine con effetti sulle classi medie.
I casi sono molteplici, basti guardare al settore dell’elettronica; tutto viene delocalizzato verso Est. Riduzione dei costi e flessibilità del lavoro stanno alla base di questa migrazione verso il sol levante. Ma guardando all’ultima inchiesta del New York Times sulla Foxtone, scopriamo che tale “flessibilità” è data da nuove forme di schiavismo che portano a creare, anche ad Est, nuove povertà; le classi lavorative non vengono remunerate in misura tale da potersi permettere un naturale innalzamento sociale.
Dall’altro lato l’Europa, per controbattere alla crisi e mettersi in pari, corre in forma sciolta e disunita:
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L’Italia si concentra sull’evasione fiscale e sugli scontrini senza pensare che, se non si rende il sistema flessibile e competitivo in breve tempo, si rischia l’implosione del sistema stesso. Mi associo alle parole del Governatore della Banca D’Italia, che invita i banchieri a fare il loro mestiere, aiutando lo sviluppo delle imprese e non solo facendo gli operatori di borsa;
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La Francia si concentra sulla Tobin Tax, dimenticandosi che le transazioni nei mercati sono globalizzate e che pertanto un’introduzione di un’imposta di questa portata, se non negoziata su scala globale, non può che danneggiare il tessuto economico europeo;
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La Germania cerca assiduamente di imporre il proprio rigore, tralasciando il fatto che se il ruolo della Banca Centrale Europea non cambierà presto, lo scenario diventerà insostenibile: oggi la Banca Centrale Europea è l’unica Banca Centrale al Mondo a non pter acquistare debito sovrano. Ciò rende la moneta unica debole ed i vari paesi sotto scacco continuo delle agenzie di rating
Lo scenario è incerto, gli aiuti sembrano ancora in stand-by e la Grecia risulta non essere credibile nei suoi progetti di riforma.
Domanda da un miliardo di Dollari: cosa fare?
Ho espresso più volte il mio parere e ritengo che un default pilotato, negoziando con le banche una perdita accettabile, rappresenti l’unico scenario per porre fine ad una situazione che presenta aspetti profondi e complicati.
Spero che si parta con proposte sensate per favorire dei cambiamenti reali (una fra tutte, l’idea del Governatore Draghi di abolire i giudizi delle agenzie di rating sugli stati sovrani, per evitare turbolenze e incertezze nei mercati) e che, non parlando più di quella finanza che ultimamente riempie le agende politiche, si ponga l’accento su crescita e sviluppo, pensando alla tutela di determinati tessuti economici e sociali che oggi, le logica della finanza stessa, ha portato ai margini.
LIBERALIZZAZIONI: OBBLIGATORIO FARE DI PIU’
Con il nuovo decreto varato dal Governo italiano, si apre la strada delle liberalizzazioni, argomento molto dibattuto ultimamente sui media.
Obiettivo del Governo, è quello di liberalizzare i mercati per una maggiore concorrenza in diversi settori, allo scopo di facilitare crescita del PIL e riduzione dei costi in capo agli utenti finali.
E’ stata toccata la situazione di molti lavoratori (tassisti, farmacisti, distributori di carburante, professionisti) e di vari settori dell’economia (trasporti, energia). Per stimolare la crescita, qualcosa è stata fatta anche in merito alla costituzione di nuove imprese Srl, ma solo per imprenditori di età inferiore ai 35 anni.
I cambiamenti pianificati, si indirizzano chiaramente all’apertura dei mercati, fornendo spazio concorrenziale in diversi settori e la possibilità di godere di una scelta per la fornitura di alcuni beni e servizi. A tal proposito, è stato scritto molto sui giornali e non vorrei rischiare di essere ripetitivo.
La domanda fondamentale che mi pongo in questo post è: basteranno queste azioni per fare ripartire il Bel Paese?
Leggendo alcuni commenti rilasciati dall’esecutivo, ho appreso con stupore che vengono previsti con certezza:
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Aumento dei salari reali del 12%
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Aumento dei consumi dell’8%
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Aumento del PIL dell’11%
Tali previsioni sembrano provenire da uno dei governi politici di vecchio stampo ed hanno un amaro retrogusto di pura propaganda.
Non è certamente attraverso il via libera a farmacie, negozi e taxi che si rilancia un paese, “vecchio” per natura del sistema intrinseco che lo sorregge (..o non lo sorregge..)
Molte persone, tra cui il sottoscritto, si aspettavano interventi in qualche altro settore:
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Banche
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Lavoro/Pensioni
Parlando del sistema bancario, il Presidente del Consiglio, da Banchiere esperto, dovrebbe condividere con noi il motivo per cui le banche italiane, dopo avere acquistato denaro dalla BCE, non riversano fondi nell’economia reale per agevolare la ripresa del Paese, anziché investire in Titoli di Stato.
Morale, si compra il denaro all’1% e lo si investe in titoli di stato al 7%. Dall’altra parte, vengono bloccati i crediti in favore di privati e piccole e medie imprese; diventa quasi impossibile per i giovani acquistare casa facendo ricorso a un mutuo, visto che ormai le banche sono arrivate a chiedere fino al 40% di anticipo.
Come si intende favorire una ripresa se proprio chi dovrebbe dare la spinta iniziale si preoccupa solo del suo conto economico?
Le banche, oltre al ruolo di agente economico, hanno anche una missione sociale. Ritengo doveroso affrontare questo punto e bisogna effettuare una netta distinzione tra banche di consumo e banche di investimento; non è più tollerabile che le banche italiane si nascondano sotto una maschera di banca tradizionale, quando non lo sono più.
Obbligando ad un utilizzo maggiore dei servizi bancari miranto alla tracciabilità, dovrebbe essere cura e obbligo del governo un ulteriore controllo sulla gestione dei costi che i cittadini dovranno affrontare. Neanche l’ombra di un’azione efficace.
Le imprese ed il Paese hanno bisogno che tutto ciò venga rettificato, oltre al fatto che sarebbe anche ora che lo Stato inizi a pagare i debiti nei confronti degli imprenditori.
Per quel che concerne il settore lavoro, il Paese ha bisogno di arrivare a una rimodulazione totale; non è più l’era dei contratti collettivi nazionali, ma è diventato obbligatorio l’uso di contratti localizzati, che inglobino anche un sistema meritocratico di retribuzione basato sulle performance, usando criteri di efficienza sensati e diversi per ogni settore. Questo certamente andrebbe a incrementare la produttività e l’efficienza delle imprese, alzando conseguentemente il PIL.
Bisognerebbe mettere un attimo da parte i sindacati e l’articolo 18, ormai diventato anacronistico. Berlusconi cercò di mettere la questione in piazza qualche tempo fa, ma tutto si arenò dopo gli accordi bunker con i sindacati siglati da Fini e Bersani.
Sarebbe anche ora di sviluppare un sistema di previdenza complementare vera, in cui un lavoratore, invece che versare parte della sua busta paga (più del 40%) all’INPS (inefficiente) possa decidere autonomamente se:
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Versare per previdenza integrativa, favorendo una piena deducibilità fiscale;
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Usare questo denaro come fondo personale per i momenti di difficoltà.
Per quel che riguarda le pensioni, i conti proprio non tornano e si dovrebbe far presente a tutti i cittadini che le pensioni a 70 anni non reggono più:
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Si lavora per 35 anni
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Si versa annualmente un 30-40% di quanto si guadagna
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Si ha un’aspettativa di vita di altri 10 anni dopo la pensione
In pratica, non potendo trasferire a terzi il saldo dovuto della pensione a seguito dei contributi versati, se un contribuente muore, lo Stato si impossessa SENZA DIRITTO di denaro che non è suo. Se questo è un sistema equo….
Ribadisco che il sistema anglosassone, in questo, garantirebbe un’amministrazione più equa, poiché lascerebbe ognuno libero di gestire come meglio crede la propria situazione salariale e pensionistica. I lavoratori godrebbero di maggiore liquidità, scegliendo autonomamente la propria pensione e, in caso di scomparsa del pensionato, il denaro potrà essere reindirizzato al coniuge o ai parenti.
Non ci si deve nascondere dietro il mercato finanziario, soprattutto quando siamo un paese tecnicamente fallito da questo punto di vista. L’INPS viene definito come il garante dei lavoratori, quando proprio l’inefficienza di gestione di INPS e INPDAP hanno portato alla situazione attuale.
Per una ripresa economica efficace, c’è bisogno di maggiori risorse e più efficienza. Risulta vitale separare le aree operative delle banche, favorire le assunzioni con un occhio alla produttività (quella vera..) e permettere ai lavoratori una vita migliore e più semplice.
La liberalizzazione attesa e necessaria non riguarda l’apertura di un negozio, ma la possibilità di essere padroni del proprio destino in un futuro che, nonostante più taxi e farmacie, nessuno vede roseo.
PROPOSITI PER IL 2012
Iniziamo questo nuovo anno cercando di analizzare la situazione economica moderna, definendo le azioni dovute per consentire la tanto sospirata inversione di rotta dei trend del mercato internazionale. Tale miglioramento ancora non sembra essere in vista.
Molte volte, su questo blog è stato sottolineato che la crisi ha una dimensione internazionale per cui non è possibile trovare una via d’uscita senza coinvolgere una politica condivisa a livello Europeo.
Dall’Europa ancora non si ricevono risposte e come al solito la situazione è capeggiata da Francia e Germania. L’Italia viene gradualmente coinvolta, ma ancora non vengono prese decisioni comuni poiché ogni leader pensa più a portare acqua al proprio mulino, piuttosto che ad impegnarsi in politiche di ripresa a lungo termine per tutta la comunità internazionale.
Francia e Germania sono fortemente divise: chi pensa all’introduzione folle della Tobin Tax (la Francia) che, se implementata, comporterebbe il crollo della piazza finanziaria europea; chi insiste sul rigore nelle politiche fiscali come requisito obbligatorio per poter ricevere il sostegno dell’Unione Europea.
Tutti si dimenticano di analizzare il cuore del problema.
Come ha ribadito il Ministro / ex banchiere Passera, l’Europa non sta agendo con velocità e fermezza; incertezza e confusione dilagano poiché non esiste una guida politica che esprima una comunione di intenti ed azioni da intraprendere.
A questo punto sarebbe interessante guardare alle politiche interne di ogni paese, per verificare che ognuno sia attrezzato, aggiornato e reattivo rispetto allo scenario attuale.
Non è una novità. Il nostro Paese in primis risulta sospeso in una nube di mancate riforme, un sistema arretrato che protegge i privilegi della casta con una pressione fiscale da cui ha origine la “fuga” di contribuenti ed imprese verso mete più competitive.
La creazione del Governo attuale è stata giustificata dai livelli di Spread, salito alle stelle a causa della bassa credibilità del paese. Purtroppo la situazione è sotto gli occhi di tutti: lo Spread non è cambiato e la nuova Finanziaria testimonia chiaramente una fase di recessione.
Ora si parla di “fase 2” per rilanciare il paese e nuove norme dovrebbero dare una spinta al nostro sistema. Ma direi che il terrorismo fiscale profuso dai giornali non è una via adeguata per combattere l’evasione. Si incentiva un’associazione di idee piuttosto estrema e pericolosa: macchina di lusso = evasione. Il sistema tuttavia non viene cambiato, barattando un’efficienza gestionale reale dello Stato con la mera illusione di perseguire lo scopo inasprendo le pene e criminalizzando i contribuenti.
E’ stato ribadito più volte che la via per ridurre almeno un aspetto dell’evasione fiscale, non è l’inasprimento delle pene, ma l’aumento dei benefici sullo sgravo dei consumi. Esempio lampante, i sistemi anglosassoni, in cui si può dedurre dalla tassazione quasi tutto. Penso che sia una strada molto più efficace dell’uso degli agenti in incognito che hanno assassinato il turismo di Cortina durante gli ultimi mesi…
Viviamo in un paese in cui uno stenografo della Camera percepisce più di un monarca. E nonostante la consapevolezza che molti tagli alla spesa pubblica debbano essere fatti, non succede ancora nulla. Lo stesso Presidente del Consiglio si giustifica dicendo che i tagli in Parlamento sono una competenza del Parlamento. La situazione è a dir poco ridicola.
Cosa dovrebbe fare questo Governo per stimolare una ripresa concreta dal Paese?
Di certo dovrebbe adottare quelle misure attese da anni, seguendo le stesse dinamiche che altre aziende (la FIAT) hanno seguito.
Dimenticando le lacrime del Ministro Fornero, in Italia si dovrebbe iniziare a parlare di meritocrazia e produttività: chi vale di più DEVE essere premiato, lasciando da parte l’incidenza dei sindacati e dei loro accordi collettivi che ormai ritengo da Medioevo.
I contratti dovrebbero essere fatti localmente, riconoscendo che un lavoratore più capace e produttivo deve percepire un salario maggiore dei suoi pari meno produttivi. Inoltre dovrebbe essere logico il licenziamento nel caso in cui un’impresa venga danneggiata dal comportamento di un dipendente e non la reintegrazione come avvenuto ai 2 operai di Mirafiori.
Non è un pensiero schiavista o fascista, ma le mie affermazioni si basano su esempi concreti: qui in Inghilterra i contratti a tempo indeterminato sono molto diffusi, ma esiste anche la possibilità di essere licenziati se ritenuti improduttivi e allo stesso modo di essere premiati sulla base di maggiore produttività. L’effetto finale è la comunione tra interesse privato di ogni dipendente ed interesse dell’azienda; tutti lavorano per lo stesso scopo.
In Italia, l’unica promessa è una pensione a 70 anni, dopo aver lavorato almeno per 35 anni. Perché non si da al lavoratore il diritto di usare come meglio crede i propri soldi? Di nuovo, guardando al sistema anglosassone, il datore di lavoro versa un contributo minimo per la pensione sociale dei dipendenti. Ogni dipendente può decidere di percepire un importo lordo, facendo del proprio denaro quello che vuole. Se parte di quel denaro viene versato in un fondo pensione, è anche fiscalmente deducibile al 100%.
Tuttavia, la farraginosità dei contratti di lavoro non è l’unica ragione per cui il sistema risulta ingessato. A mio parere si dovrebbe agire anche sul tessuto imprenditoriale. Almeno per quel poco che ne rimane. Si dovrebbe:
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Parlare di politiche energetiche, occasioni di business non indifferenti;
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Tutelare il made in Italy nel lusso, o almeno le poche aziende che non sono state ancora regalate ai francesi;
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Investire nel turismo in modo concreto, non solo attraverso i siti Internet. Basta paragonare l’Aeroporto di Roma Fiumicino a quello di una qualsiasi capitale europea…
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Favorire l’internazionalizzazione delle aziende italiane: la qualità italiana ha una domanda enorme, ma sono poche le aziende che forniscono il mercato estero;
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Rafforzare le infrastrutture, facendo delle questioni relative alla Salerno – Reggio Calabria e alla TAV solo un brutto ricordo;
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Favorire i professionisti attraverso la possibilità di creare società che possano fornire più servizi con tariffe inferiori;
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Collegare le Università alle imprese in modo efficace, erogando borse di studio e favorendo progetti volti all’innovazione.
La lista potrebbe continuare all’infinito, ma è inutile continuare finché non verranno gettate almeno le basi per costruire un futuro migliore. Sono curioso e resto in impaziente attesa degli sviluppi; potremo commentarli insieme.
UN PROBLEMA DI GOVERNANCE
La nuova Italia del Governo Monti si presenta al pubblico economico-finanziario con la nuova manovra; i mercati sembrano gradire e gli spread si abbassano, ma alcune riflessioni sono doverose:
- Questa manovra finanziaria è equa?
- Questi provvedimenti saranno sufficienti?
- Cosa accadrà successivamente in Europa?
In relazione al primo punto, sottolineando il fatto che da un Governo nato non più di 20gg fa non ci si poteva aspettare un colpo di bacchetta magica, devo constatare che alcuni provvedimenti appaiono sbilanciati per quel che concerne le classi più basse:
- Non c’è stata una rivalutazione delle pensioni
- L’aumento dell’IVA è stato confermato.
Credo che ci si sarebbe dovuti soffermare maggiormente su questi punti e cercare soluzioni alternative; battendo cassa attraverso un aumento dell’IVA si rischia di generare un blocco dei consumi e e di aumentare il tasso di evasione fiscale.
Ritengo anche che la mancata rivalutazione delle pensioni, in favore di altri potenziali imposte, non sia stata una mossa azzeccata: quelle 15 Euro mensili che non andranno a un pensionato, di sicuro pesano molto più dell’1% di Irpef oltre i 70.000 Euro…
Detto questo – e spero che il buon senso del Premier, nonché dei suoi Ministri, porti ad una rivisitazione più attenta di questi due aspetti – vorrei passare ad analizzare gli altri due punti sopracitati.
Questa manovra sarà sufficiente? Certamente, se gli spread rimarranno ai livelli di questi giorni, possiamo dire che sarà sufficiente. Ma cosa succederebbe in caso di nuove turbolenze nei mercati? Di sicuro i provvedimenti adottati non basteranno a risanare il debito e allora, forse per la prima volta, si penserà ad una vera riforma del Paese che, seguendo i modelli anglosassoni, porti ad avere:
- Un rapporto diverso tra il fisco e i cittadini, non più rivali, ma cooperativi per il bene del paese, che coincide con quello dei singoli contribuenti: fornendo la possibilità di dedurre i consumi dalla propria bolletta fiscale, tutti pretenderebbero una ricevuta, creando un sistema auto-incentivante alla legalità;
- Un principio di gestione efficiente della Cosa Pubblica come missione finalizzata al soddisfacimento degli interessi collettivi e non personali., evitando sprechi e inequità. Al momento si rimandano i problemi alle generazioni future.
Tuttavia, la situazione Italiana rappresenta una piccola parte del campo di una partita che si disputa anche al di fuori dei confini nazionali e riguarda la gestione della Europa intera.
La Germania ha espresso un’idea, che condivido, che parte da un ragionamento razionale: non si può prestare denaro senza garanzie di intervento diretto.
Subito dopo tale presa di posizione, in Europa è iniziata una battaglia a suon di discorsi e dichiarazioni con ingresso in campo della Francia che, ambendo anche lei ad un ruolo di “prima donna” in Europa, nonostante oggi non ne abbia la forza, ha cercato di prendere una posizione più morbida, spingendo nuovamente sul meccanismo delle sanzioni.
Onestamente, anziché introdurre nuove figure inutili (…nuovi Mister Euro) o sanzioni che nessuno farà rispettare, ritengo che sia necessario proseguire per step: bisogna partire da una riforma dei Trattati Europei.
Si dovrebbe partire da un cambio di prospettiva: ogni paese dovrebbe acquisire la consapevolezza che, per alcune questioni, non possa più esistere una dimensione nazionale. E’ necessario allargare il proprio sguardo oltre i propri confini, contemplando l’Europa come entità unica per quel che concerne 3 aspetti della vita politica:
- Aspetto Fiscale: definendo un piano comune di gestione della raccolta delle imposte, lasciando la gestione dei fondi al livello locale. L’Europa, replicando il sistema Americano, dovrà essere in grado di definirne standard minimi condivisi sui quali poter intervenire a livello politico. Pena del non rispetto di tali standard sarebbe la detenzione dei fondi stessi.
- Politica Estera: dovrebbe esserci una politica estera condivisa, al fine di poter contare su una voce unica nelle trattative in campo commerciale, nella cooperazione e nella rappresentanza internazionale. Questo darebbe all’Europa una potenza contrattuale maggiore in ambiente intercontinentale.
- Difesa: la forza militare è da sempre cruciale nella gestione delle trattative. Se una voce unica fosse supportata anche da una forza coercitiva unanime, l’Europa avrebbe maggiore peso nelle questioni globali.
Ritengo che sia fondamentale ridefinire questi tre aspetti ed attivare contemporaneamente tre cambiamenti cruciali per ridurre la turbolenza rispecchiata dal nostro sistema economico.
In tutto ciò, resta sempre molto importante attribuire una leadership ed il sistema decisionale o, per rifarsi alla terminologia aziendale, stabilire una struttura di governance.
In Europa, si tratterebbe di definire i principi di distribuzione del potere:
- Una testa un voto
- In base alla popolazione
- In base alla ricchezza dei Paesi
Poi, all’interno della stessa, bisognerebbe stabilire come prendere le decisioni:
- A maggioranza?
- Con diritto di Veto?
Una’ttenta riflessione dovrebbe portarci ad analizzare i problemi sì in chiave interna, ma anche a livello globale, pensando a soluzioni che contemplano non solo la nostra nazione ma l’unità europea intera. Non è di certo un problema da poco.


